Scalo di Grassano, Tursi, San Giorgio Lucano, Sant’Arcangelo, Oliveto Lucano e Stigliano in provincia di Matera; Teana e adesso Montemurro in provincia di Potenza. Venticinque anni di sacerdozio (festeggiati l’estate scorso a Stigliano), di cui quindici in Italia.

Il neo parroco di Montemurro, il cinquantenne don Mario Antonio, è un sacerdote originario dell’Angola, dai modi particolarmente soavi e con un sorriso che è di per sè un abbraccio. La fuga dei giovani, dai piccoli centri lucani -di cui ormai ha vasta esperienza- ma anche dalla fede, è uno dei sui crucci: per questo, a un certo punto -lui, cintura nera di karate- ha deciso di sposare la pastorale con le arti marziali.

d – In quale momento della sua vita ha capito che sarebbe stato un sacerdote?

r – Da ragazzo, in Angola, a Cubale, il mio paese, mi piaceva molto pescare, e una mattina, mentre mi accingevo a farlo, vidi che lì nei pressi c’era il gruppo scelto per il seminario e allora mollai la canna e andai dal parroco (che era Svizzero). Lui disse ok: potevo anch’io dare gli esami (che superai il giorno dopo).

d – Ma cosa la spinse, quel giorno particolare, a contattare il suo parroco?

r – Da bambino pregavo sempre, e fui colpito dall’arrivo di un sacerdote nel mio paese. Dissi subito a mia madre che anch’io volevo essere sacerdote. Anche a scuola mi dissero che ci ero portato. E così, poi, in quel giorno di pesca, mi convinsi del tutto.

d – E’ interessante, perché lo stesso Gesù disse ai discepoli «Vi renderò pescatori di uomini».

r – Infatti. Ci ho pensato spesso, anche perché al mio Paese abbiamo trascorso situazioni non facili. Io ho fatto anche gli studi di medicina, e mi sono trovato davanti a un bivio, anche perché ero l’unico ad aver superato la selezione per il seminario. Alla fine, pur sapendo che il percorso sacerdotale era lungo, mi affidai a Dio, seguendo la Sua volontà, e le cose sono andate bene. E adesso sono in Italia da quindici anni, dopo essere stato sacerdote nella mia stessa Angola.

d – Veniamo ad alcune questioni attuali. In Basilicata, come del resto in tutto il Paese, il dibattito sui migranti è sempre all’ordine del giorno. Ieri (martedì – ndr), c’è stata la notizia di questa maxi indagine sul CPR a Palazzo San Gervasio, che sarebbe stato teatro di gravissimi maltrattamenti. Qual è la situazione nel nostro Paese, a suo modo di vedere?

r – Quello dell’immigrazione è un problema serio e difficile. Non vorrei entrare nei dettagli, ma sappiamo che ci sono vari tipi di immigrazione, quella economica, quella dovuta a guerre e calamità. Ci sono luoghi di partenza, di transizione e di arrivo. Io ho fatto una tesi sul tema, incentrata sul conflitto tra il diritto internazionale e l’immigrazione: se pensiamo alla tutela internazionale dei diritti umani, beh, sappiamo già che esistono delle violazioni di base, a livello di persona umana, figuriamoci per chi emigra. La persona umana è “imago dei”, immagine di Dio, ecco perché è molto importante tenere alta l’attenzione. E non mi riferisco solo ai migranti. Parlo di diritti fondamentali della persona. Ciò non esclude che vi siano però delle situazioni positive, ed è bello che tramite anche gli studi che si fanno nelle università, i giovani imparino quanto è importante la persona umana.

d – Spesso, anche per molte altre questioni, gli esseri umani diventano solo numeri?

r – Bravo, esatto.

d – Ma i giovani migranti, africani e non, potrebbero essere una risorsa -come sostengono alcuni- per ripopolare i paesi lucani come questo, sempre più svuotati?

r – Non saprei dire se potrebbe trattarsi di una risorsa per i paesi in via di spopolamento, ma certamente l’immigrazione in sé è GIA’ una risorsa. Se pensiamo agli Italiani che sono emigrati in America, Australia o Germania, sappiamo che hanno contribuito grandemente allo sviluppo di quei paesi.

d – Lei è stato sacerdote e parroco in vari comuni lucani, tutti afflitti -chi più chi meno- dallo spopolamento. So che è una tematica che le sta a cuore, ma se potesse prendere sottobraccio il Presidente della Regione, cosa gli direbbe?

r – E’ una bella domanda. Incoraggerei solamente a continuare a fare il bene, inteso come bene comune.

d – La gente che vive in questi posti di cosa ha bisogno principalmente?

r – Di attenzione. C’è il problema della disoccupazione e dei giovani che, andati fuori a studiare, poi non tornano più. E piano piano li perdiamo. Ma occorre pure capirli, se rimangono a Milano, Torino, Germania, Francia. Proprio lì, a Notre Dame di Rems, l’arcivescovo mi aveva dato la responsabilità di fare una pastorale universitaria ed ebbi il piacere di conoscere tanti studenti di Lecce, che non volevano più tornare indietro. Dunque l’attenzione a questi giovani è importante, ma sappiamo anche che non è facile trattenerli; in ogni caso una soluzione va trovata, perché perdiamo un vero capitale umano, medici e altri professionisti lucani che se ne vanno definitivamente, quando invece servirebbero qui.

d – C’è anche la questione povertà: le Caritas lucane periodicamente diffondono dati allarmanti. Qual è la sua personale esperienza in merito, avendo operato in vari comuni?

r – Sì, la povertà c’è e l’ho vista in alcune parrocchie in cui sono stato. La Chiesa, tramite la Caritas, cerca di operare nel sociale e tante persone sono venute proprio da me, e ho dato il contributo. E’ una dimensione che certamente si nota.

d – Lei è cintura nera di Karate, e ricordo che a Oliveto Lucano aveva organizzato delle “scuole” per i ragazzi del posto. Come si conciliano il sacerdozio e le arti marziali?

La questione è infatti tutta qui. A livello personale, per me non sarebbe poi così importante, ma mi rendo conto che a livello pastorale, trattandosi di curare le anime, in giro ci sono problemi di socializzazione. Dopo la famiglia e la scuola, lo sport è un mezzo molto bello per socializzare.

d – Ma perchè proprio il karate?

r – E’ una disciplina in cui ci sono tutte le fasce d’età, dal bambino all’adulto. A mio modo di vedere, se vogliamo “tenere” i giovani, dobbiamo inventarci qualcosa. Ho provato con seminari di studi biblici, ma i ragazzi non ci calcolavano nemmeno. Quando invece qualcuno di loro mi ha visto, anche in tv, praticare il karate, si è incuriosito e ha manifestato il desiderio di prendervi parte. Ho capito allora che quello poteva essere un modo per “tenerli” e evangelizzarli tramite questa disciplina. Nel karate ci sono tanti valori: il rispetto, l’auto-dominio, lo spirito indomabile, l’equilibrio. Coi ragazzi creiamo allora un modo di fare pastorale, facendo magari messe solo con gli allievi (ma anche con i genitori e i nonni). I giovani ci vengono volentieri e poi organizziamo momenti di socialità come pranzi e cene. Notiamo che in questo modo si guariscono tante cose, a livello, spirituale, a livello psichico. Si tratta anche di “fabbricare” la salute già a partire dall’età pediatrica. Sappiamo inoltre che ci sono tanti suicidi, ma tramite questa autodisciplina i giovani si concentrano, sanno che hanno dei compiti da fare e pertanto acquisiscono autostima e stanno bene con loro stessi. Io stesso ho rivoto una domanda alla campionessa lucana Terryana D’Onofrio: «Come ti troveresti di fronte a un fidanzato che ti lascia?». E lei mi ha risposto: “Proseguo per la mia strada. Mi faccio il mio “kata”, il mio “papuren”, e sto bene». Si tratta quindi di trovare un equilibrio e saper gestire i pensieri negativi. A Oliveto Lucano avevo una scuola ben avviata, che ha ospitato anche il Presidente del Coni, e adesso penso che dobbiamo ricrearla anche qui.

di Walter De stradis 

 

 

 

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