Nominato arcivescovo di Potenza-Muro Lucano-Marisco Nuovo il 2 febbraio scorso, monsignor Davide Carbonaro, cinquantasette anni, ha fatto il suo ingresso nel Capoluogo, da capo della chiesa locale, il 18 maggio scorso. Si è ritrovato a Potenza, praticamente, nel bel mezzo dei festeggiamenti del Santo Patrono e dell’accesa campagna elettorale per le comunali.

Quel che si dice, un battesimo del fuoco.

d- Come giustifica la sua esistenza?

r – In modo semplicissimo, ma profondissimo: mi sento amato. Lo sono stato e lo sono ancora. Sono stato molto amato dai miei genitori -nel contesto di una famiglia meridionale, molto semplice, proveniente dalla Sicilia- e ho capito, crescendo, che quello era il riflesso di un amore molto più grande. Quello di Dio.

d- Di cosa si occupava la sua fami

glia?

r – Siamo della Val di Noto, mamma originaria di Rosolini, papà di Ispica. Mamma faceva la casalinga e papà l’artigiano, il falegname. Ho vissuto in Sicilia fino a 11 anni, ma poi c’è stato il “richiamo” da parte dei fratelli di papà, che si erano già trasferiti a Roma negli anni Cinquanta. E così, ho vissuto, nel 1978, l’esperienza dello “sradicamento”, il passaggio da una piccola realtà, alla periferia di una città grandissima come Roma. Tuttavia, mi venne in aiuto la chiesa, perché subito i compagni di classe mi portarono in oratorio e vissi un’esperienza molto bella. Tenga conto che la periferia di Roma, in quegli anni lì, implicava tutto un mondo.

d- Nel senso che l’amore e la fede l’hanno “salvata”.

r – Mi potevo perdere come qualsiasi altro ragazzo, come purtroppo è accaduto ad alcuni miei amici. Mi preme dire che diversi miei amici, sia d’infanzia sia della periferia di Roma (Torre Maura, sul Casilino), sono stati presenti alla mia ordinazione episcopale, rimettendo insieme i pezzi di una storia straordinaria.

d- Quando ha capito che nella sua vita sarebbe stato un sacerdote?

r – Beh, già da piccolissimo: da persona del Sud, vivevo nel cuore della devozione popolare. Sa, mia nonna, con cui vivevo, mi portava a messa, e già desideravo entrare in seminario. Poi a Roma, dopo l’iniziale disorientamento, la frequentazione della parrocchia di San Giovanni Leonardo a Torre Maura, il catechismo, la cresima, riaccesero nel mio cuore il desiderio di diventare sacerdote. Anche se mio padre, per la verità, non era molto d’accordo.

d- Era comunista, pa

pà?

r – No, non era comunista, ma era un gran mangiapreti e gli è capitata ‘sta disgrazia, nella sua vita (risate). Papà era il classico siciliano degli anni Quaranta, cresciuto in un ambiente un po’ anticlericale. Amava l’arte e i libri antichi. Ma io stesso, l’apertura della conoscenza, la ricchezza dalla cultura (anche quella spirituale) l’ho appresa sulle ginocchia di mio padre. Ricordo le grandi discussioni; io studiavo alla Gregoriana e lui, autodidatta degli studi sacri, mi diceva: “Portami qui un gesuita, gli spiego io la vera teologia!” (sorride).

d- Lei ci ha narrato di un ambiente tipico delle parrocchie di quartiere di alcuni decenni fa, che l’ha formata; di recente ho intervistato il parroco storico di Tito (Pz), il neo centenario don Nicola, che ha espresso alcune riserve sulla chiesa “moderna”, così come l’ha vista cambiare in ottant’anni di sacerdozio.

r – Dal mio punto di vista, la chiesa è cambiata in meglio, dialogando con la Modernità; io, così come i mie confratelli, sono il frutto di quegli anni Ottanta che hanno visto i cambiamenti del Concilio Vaticano Secondo, i grandi cambiamenti della Chiesa. Si è trattato di mettere al passo la parola del Vangelo col nostro tempo. Ho avuto, in questo senso, grandi insegnanti, che oggi sono grandi figure: Cardinal Ladaria, Monsignor Fisichella…

d- Come interpretare, allora, l’emorragia di fedeli che c’è stata negli ultimi decenni?

r – Dipende. E’ un effetto della secolarizzazione. Questa emorragia è soprattutto visibile nel Nord Italia. Nel Nord Europa c’è stato un distacco tra la fede e la vita. La modernità e la post-modernità hanno portato a questa sorta di “autonomia”, che mette la fede da parte. Nel Sud Italia, invece, ritroviamo ancora un forte senso religioso, legato alla fede popolare. Voi Lucani lo sapete bene: di fronte alla Madonna di Viggiano…beh, non ci sono argomentazioni che tengano! (sorride). La secolarizzazione c’è anche da noi, ma c’è ancora una parte buona, che può essere coltivata.

d- Lei è arrivato in città nel bel mazzo dei festeggiamenti del Santo Patrono, ricevendo un abbraccio particolarmente caloroso. Tuttavia, quando le hanno detto che doveva andare a Potenza, cos’ha pensato?

r – Quando me l’hanno detto, geograficamente non sapevo neanche dove fosse! (ride)

d- Un classico.

r – Infatti, penso che l’abbi

ate già sentito. Comunque, già dopo i primi approcci, ho compreso che è un luogo che ha una sua bellezza, anche naturale. Poi mi ha colpito la semplicità delle persone. Una delle prime volte che sono venuto qui, ho fatto una passeggiata, e la gente mi ha subito fermato, riconoscendomi, chiedendomi di fare dei selfie e così via. E poi, in occasione della mia ordinazione episcopale a Roma, sono venuti molti fedeli della diocesi, è questa è stata una cosa bellissima. E poi, ancora, c’è stato il grande abbraccio, al mio ingresso in città, e la Festa di San Gerardo è stata la conferma.

d- Al di là del “protocollo ufficiale”, cosa le ha detto il suo predecessore, Ligorio?

r – Lui e gli altri vescovi mi hanno consegnato una narrazione, come avviene in ogni altra realtà, delle ricchezze e delle povertà di questa chiesa. Con loro, qualche settimana prima della mia ordinazione episcopale, ho potuto fare la cosiddetta visita “ad limina” (la visita al Santo Padre e agli uffici di curia); per cui, il racconto di Ligorio e degli altri vescovi, presente nelle loro relazioni al Santo Padre e ai Di

casteri, mi ha consentito di ascoltare la ricchezza di una chiesa che è viva, ma che ha anche le sue ferite e le sue povertà.

d- Potenza è il capoluogo di regione in una terra in cui la povertà sembra crescere: in che modo la povertà può influire sul percorso pastorale di un Arcivescovo?

r – Mmm, io parlerei di povertà e di ricchezza insieme. La Basilicata ha davvero molto, sia dal punto di vista territoriale sia da quello artistico, si tratta di mettere insieme l’intelligenza, le prospettive, la lungimiranza, lo sguardo sulle proprie realtà, e mettersi a lavorare insieme. Un arcivescovo viene in un territorio, si guarda intorno, e inizia a dialogare, anche con gli uomini politici, e dovrà dire una parola su questa ricchezza e su questa povertà presenti sul territorio.

d- I suoi predecessori, a dire il vero, non hanno mai lesinato critiche a quella politica incapace di trasformare le ricchezze territoriali in sviluppo reale. Che tipo di rapporto intende instaurare con la politica locale?

r – Innanzitutto di dialogo, parola che preferisco a “critica”. E poi, il pastore è sem

pre un padre di tutti, e un padre, ogni tanto, va dai propri figli a chiedere conto dello stato delle cose. E io penso di pormi anche da questo punto di vista.

d- Lei ha citato la Madonna di Viggiano, sa bene che i politici, ogni volta, sono sempre tutti lì, in passerella, seduti in prima fila. Una tiratina d’orecchi, magari ogni tanto…

r – (Sorride). Se sarà necessario, anche questo, ma sempre nel dialogo fraterno, e sempre nella dimensione adulta, di persone al servizio della gente. Lo spirito illumina la carne e la carne dà valore e forza allo spirito.

d- Fra una quindicina di giorni Potenza sceglierà il suo prossimo sindaco. Cosa gli dirà?

r – “Coraggio, andiamo avanti!”. Dobbiamo voler bene a questa nostra città e alle persone che la abitano.

d- C’è qualcosa che la spaventa, in questo inizio di percorso pastorale in una città come Potenza?

r – Sì, mi spaventa il non conoscere molte realtà.

d- Girerà molto? 

r – Già lo sto facendo, sia all’interno della città, sie nell’hinterland. Sto girando, in occasione delle cresime, per diverse cittadine, e sto già sperimentando le differenze tra il centro e la periferia. Il mio compito sarà quello di far dialogare queste realtà.

d- Ho avuto modo di assistere a una sua celebrazione di cresima, sabato scorso a Potenza, e lei a un certo punto ha parlato del diavolo. Esiste davvero o è solo un concetto “filosofico”?

r – Sì, sì. San Paolo VI parlava di “dimensione personale” del diavolo, e il male ha una sua influenza. Ne sentiamo ancora le conseguenze, ma c’è una vittoria definitiva attraverso la Pasqua di Cristo Signore. Le conseguenze più gravi del male sull’uomo sono la morte, ma questa a sua volta è superata con la Resurrezione di Cristo e noi siamo risorti insiem

e a lui.

d- Il libro che la rappresenta?

r – Mamma mia! (ride). “Il Nome della Rosa”, di Umberto Eco. Adoro il mondo medievale e qui ci sono luoghi assolutamente straordinari, come la cattedrale di Acerenza.

d- La canzone?

r – I Pooh, quella che fa “Ci sono uomini soli…per la sete di avventura”, e forse è un’avventura quella che il Signore mi sta chiedendo di vivere. Una cosa straordinaria.

d- Il film?

r – Bah, potrei dire… “Top Gun”.

d- Lei è uno degli Anni Ottanta, l’ha detto prima.

r – Giustamente.

d- Tra cent’anni scoprono una targa a suo nome qui in Arcidiocesi: cosa le piacerebbe ci fosse scritto?

Non saprei…”Qui giace quel vescovo che mai tace” (sorride). Che non tace soprattutto per la Verità e per il Vangelo.


di Walter De Stradis  

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