Fra le diverse cose, il noto architetto potentino Gianluigi Barbato Padovani ha anche progettato gli interni del ristorante in cui di solito si consumano, oltre ai pasti, anche le nostre interviste “a pranzo” («con Domenico e Francesco, nel lontano 2005, pensammo subito a un locale contemporaneo, che potesse durare nel tempo»).

Dotato di aplomb all’inglese e di piacevole erre “arrotondata”, Barbato Padovani è quel che si dice una “mente”, da cui sono scaturite (e come si leggerà, scaturiscono tuttora) diverse idee e proposte di progettualità interessanti per la città capoluogo di regione…per salvarlo dalla linea “piatta” a cui sembrerebbe man mano abbandonarsi.

d – Al di là di ciò che è scritto nelle carte della professione, cos’è per lei un architetto? Esiste una “mission”?

r – All’inizio pensavo che l’architettura fosse legata solo alla realizzazione degli spazi. Nel tempo, con l’esperienza, ho capito che prima di tutto, forse, è la progettazione dei comportamenti.

d – Degli spazi con dei “contenuti”, quindi.

r – Sì, perché noi progettiamo per l’Uomo; di conseguenza, in qualche modo, è lo Spazio che deve relazionarsi con l’Individuo. E poiché questi si muove liberamente in quello Spazio, noi architetti a quel Movimento dobbiamo dare un significato, ovvero delle opportunità.

d – Proprio l’altro giorno leggevo di un vecchio studio americano, dal quale si evinceva che nei quartieri meno degradati esteticamente, e cioè più “belli”, si registra minore delinquenza.

r – E’ assolutamente vero. La funzione del Bello, dell’Architettura, fa sì che gli spazi, con la loro qualità estetica, inducano al rispetto di quei luoghi stessi.

d – E veniamo alle dolenti, o magari piacenti, note della città Capoluogo (ci dirà lei). Spesso si leggono scritti, se non addirittura classifiche, sulla “bruttezza”, vera o presunta, della nostra Città. Ma poi viene un regista, Simone Aleandri, a girarci un film con Ambra Angiolini, e a noi di Controsenso dice che Potenza lo affascina perchè, con i suoi palazzoni, sembra una città “noir”.

r – Potenza è una città che ha un suo “nucleo”, molto importante e direi anche molto apprezzato. Quando invito gente da fuori, questi ospiti guardano al centro storico come a un elemento di grande gratificazione. E’ vero, forse nel tempo la periferia è stata costruita con caratteristiche che non hanno rafforzato il centro storico, creando una dicotomia tra le due aree della città; insomma, non c’è stato un “continuum”, ma quasi una rivalità. Tant’è vero che, negli ultimi decenni, abbiamo notato che il centro storico è stato abbandonato. E quindi, ciò che normalmente accade in tante altre città, anche italiane, e cioè un nucleo forte che traina la crescita di un’intera città, non si è verificato. Attenzione, ciò non significa che la periferia sia per forza dequalificante (abbiamo infatti la fortuna di essere una città abbastanza tranquilla, che gratifica i suoi abitanti, tendenzialmente qualificativi), ma ugualmente ritengo che qualche sforzo in più si sarebbe dovuto fare, nella costruzione dei cosiddetti nuovi quartieri.

d – Si è badato solo a riempire degli spazi e non alla progettazione dei comportamenti, come dicevamo prima?

r – Parliamo di un maggiore senso sociale: bisogna guardare a chi abita la città, ma anche creare delle opportunità. Il centro storico, in qualche modo, è stato depauperato del suo ruolo come punto di aggregazione. Quando sono in Centro, io stesso non ritrovo quella frequentazione che ricordavo da bambino.

d – Ci ritrova, però, i “pali” dell’archistar Gae Aulenti in piazza Prefettura, che hanno suscitato tante polemiche.

r – Beh…

d -…però, anche in questo caso, viene a Potenza una scrittrice di fuori, autrice di una biografia sulla Aulenti (Annarita Briganti – ndr), e dice che quei pali sono una ricchezza, per la città.

r – C’è però sempre un problema, legato ai progetti che vengono calati dall’alto. Un progetto, di per sé, può anche essere interessante e valido, ma quando non è “digerito”, condiviso, con la popolazione, può creare questo tipo di controversie. E forse proprio questo è mancato al progetto di Piazza Prefettura. Oltretutto si è trattato di un “restyling”, non di un intervento sostanziale, utile a far sì che quel luogo diventasse anche funzionale al ritorno della gente in via Pretoria. E’ stata fatta una pavimentazione, messa una nuova illuminazione, ma probabilmente non si sono fatti degli interventi come quello proposto, anni addietro, di creare un parcheggio multi-piano, con accesso da XVIII Agosto. Avrebbe portato, nel cuore di Potenza, i potentini (e non solo, probabilmente).

d – Dunque, le occasioni CI SONO state.

r – Io penso proprio di sì. Credo anche che alcuni interventi fatti non siano stati gestiti in maniera adeguata.

d – Eppure si sono succedute varie amministrazioni, e di diverso colore, anche. Ma il “problema Centro” è sempre lì.

r – E’ visibile a tutti: oggi il centro storico arranca. Non è solamente un problema di architettura, ma di utilizzo degli spazi, di natura commerciale; insomma, un problema che deve guardare agli spazi anche in chiave merceologica. Probabilmente va fatto un progetto più ampio. Io stesso ho fatto degli studi sulla problematica del centro storico; è stata anche presentata, a un’amministrazione, una relazione che guardava a un particolare utilizzo della parte vecchia della città. Mi spiego: guardando al mercato dei matrimoni, scopriamo che muove risorse enormi. E nel Meridione non esiste un centro storico, caratterizzato, votato a questo. Eppure parliamo di un mondo fatto di cibo, di viaggi, di artisti, di fotografi, di finanza…

d – Un vero e proprio indotto.

r – Con centinaia di milioni che vengono spesi soltanto nell’ambito di tre regioni: Campania, Basilicata e Puglia.

d – Quindi lei dice che il nostro centro storico si prestava particolarmente a questa vocazione?

r – Assolutamente sì. Sia perché è uno spazio pedonale, sia perché ha tutta una serie di contenitori che potevano essere utilizzati.

d – Alcuni dei suoi vicoli sono in effetti romantici.

r – Certo. L’idea è quella di un luogo attrattivo, ove le persone interessate trovano lo stilista, il sarto, l’artigiano delle scarpe, quello delle borse, il “food” ove scegliere, gli spazi per le manifestazioni legate ai matrimoni.

d – Senta, immaginiamo che un domani a Potenza venga istituito un Assessorato al “Bello”…e che venga dato a lei l’incarico.

r – …la prima pratica sarebbe sempre legata al centro storico. I luoghi, poiché vivono sulla storia delle persone, necessitano di partire dalla loro storia, E il Centro è la storia di una città. Partirei quindi da una riqualificazione a 360 gradi di quell’area, per poi allargarmi a tutta la città. Guardi, anche ciò che è accaduto col “110”, è stata un’opportunità mancata, che permetteva di ridisegnare gli edifici, con fondi dello Stato. Ciò poteva significare rendere i nostri edifici, perlomeno quelli che di bello hanno poco, molto più interessanti.

d – A proposito di film “possibili” da girare a Potenza, lei che genere di lungometraggio farebbe e dove?

r – Potenza ha una serie di prospettive interessanti. Come dicevo prima, l’importante è osare. Io guarderei, pertanto, alla città nella sua interezza; anche alcune aree che noi magari riteniamo più deteriorate, possono in qualche modo partecipare a questa possibilità. Mi sovviene il “Trattato sul Funambolismo”, di Philippe Petit, in cui si spiega che l’essenza del funambolo, che può muoversi tra due guglie, due spazi dimenticati, è quella della città, dell’Uomo. Ripeto, partendo dall’Uomo, puntando tutto sull’Uomo, le città possono vivere ed essere riqualificate.

d – Potenza deve essere più funambolica.

Bisogna osare di più.
DI WALTER DE STRADIS

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