di Walter De Stradis

C’è un posto,tra Rionero e R i p a c a n d i d a, dove il tempo non scorre: fermenta.
È un vecchio casale di pietra, avvolto nella luce obliqua del Vulture, ove Carmine Crocco –
poi consegnato alla storia come il “generale dei briganti”-per un periodo lavorò da guardiano.
Oggi questo luogo è l’antro vibrante e ordinato di botti, bottiglie, quadri e ricordi dove
“crea” Francesco Sasso, ottantasette anni, conosciuto da tutti come “Il Professore”
(persino la figlia celo annuncia così). Un soprannome che non è certo un vezzo:
«Mi sono portato dietro ventiquattro anni di insegnamento, fatti a mio modo,
non secondo i canoni noiosi di una scuola sì attiva, ma non innovativa» .
E mentre lo racconta, Sasso ha il portamento e la gentilezza di un personaggio
d’altri tempi. Non è diffi cile scorgere in lui una sorprendente somiglianza
con William Hartnell, il primo attore a interpretare il “Doctor Who”, oltre
sessant’anni fa, nell’omonima, celebre serie tv britannica: stesso sguardo arguto,
stessa compostezza da gentiluomo edoardiano. E come “il Dottore” con la sua cabina telefonica blu,
anche il Professore sembra trasportare chiunque gli stia accanto in un altro tempo.
La storia dell’azienda della famiglia Sasso, oggi diretta dalla fi glia Eugenia, comincia
nel 1922: «La Camera di Commercio ci ha dato una medaglia d’oro per questo percorso… siamo a 103
anni di vita della famiglia Sasso per questo lavoro» Il Professore è cresciuto dentro il vino,
e il vino dentro di lui: «Mi sono nutrito di profumi, fermentazioni che salivano dal basso della
cantina fi n dentro casa» Suo padre –racconta– lavorava in modo empirico, ma con intuizioni geniali,
tanto che «molti scrittori lucani hanno parlato dilui come riferimento di serietà e passione»
Una eredità forte, che porterà Sasso a lasciare -e non nasconde anche un pizzico di rammarico- la
scuola nel 1983 (il “Gasparrini” di Melfi , ove insegnava economia) per dedicarsi completamente alla vigna.
Gli occhi gli brillano ancora, però, quando rievoca uno dei ricordi più intensi della sua carriera:
«La cosa più bella era vedere qualcuno emozionarsi davanti a un bicchiere di vino. Io mi emozionavo due volte»
Negli anni Ottanta esporta il suo vino a Berlino, quando il Muro è ancora lì. In quella città spezzata e
viva, accade un episodio inatteso: «Un signore da un tavolo si alza e viene verso di me: “Herr Sasso è qua?”» ricorda.
Era l’attore Horst Buchholz, il celebre interprete de “I magnifi ci sette” (ma anche del medico fi ssato con gli indovinelli
ne “La vita è bella” di Benigni): «Mi disse che quando andava a teatro, il suo mondo si apriva totalmente, con mezza
bottiglia del mio vino prima di entrare».
Sasso, pur in preda all’emozione, aveva risposto con una battuta: «Ma è possibile che devo venire a Berlino e mi devo
incontrare con lei? Quando in Italia ogni quindici giorni danno il suo fi lm?!».
Un riconoscimento inatteso e potente, quello del grande attore tedesco, suggellato dall’amicizia e da una promessa:
ventiquattro bottiglie di un nuovo vino,tutte fi rmate. Dal Professore. Una sorta di “autografo al contrario”, dunque.
Per Sasso il suo Vulture non è solo un territorio: è una geologia dell’anima.
«Il Vulture è un massiccio montano che è una ricchezza infi nita…una barriera naturale con un microclima imprescindibile.
Ma non tutti l’hanno capito, ancora». Qui, milioni di anni di eruzioni hanno lasciato un patrimonio m i n e r a l e
che parla d i r e t t a m e n t e alla vigna: «Non puoi pensare a un grande vino con una vigna giovane.
A b b i a m o bisogno di catturare i minerali, e i minerali si catturano nel tempo»
E quando racconta del suo Roinos 2001, lo fa come di una creatura viva: «L’estratto secco era 48, un massimo
espresso in Italia… un vino con la potenzialità di vivere oltre 60 anni». A Verona, il giornalista Paolo Massobrio
ne rimase folgorato, scrivendo che era il vino nuovo più sorprendente della fi era.
Il Professore non ha dubbi: «Una delle componenti importanti dell’evoluzione diun vino è il tempo. Se sai aspettare».
Lo dimostra raccontando la storia dell’ultima Riserva di Roinos, premiata a Firenze.
Il vino era pronto dopo cinque anni, ma lui decise di aspettarne altri cinque:
«“Perché questa fretta?”, dissi a mia figlia. Non è una sfida a qualcuno. È una sfida al vino, capire
quali sono le sue potenzialità»
E in questa Basilicata che, come spesso si dice, vive un non-tempo tutto suo, Sasso trova una perfetta corrispondenza:
«Non è vero che da tutte le parti si può fare un grande vino. Qui il terreno, i minerali,il clima:
tutto parla la lingua del Vulture» E se oggi un politico varcasse la soglia del suo casale, cosa gli off rirebbe?
«Non gli off rirei mai il mio massimo… andrei sui vini più facili, più diretti. Sarà poi la sua curiosità a capire se vuole
andare più in profondità. Un veneto una volta mi chiese come mai vendessi un “Eubea” -che è un vino di base- così buono.
E ovviamente la risposta fu semplice: se io vengo conosciuto con un vino di base insignifi cante o appena suffi ciente,
ne va del mio nome. E io non lo voglio perdere per colpa di un vino mediocre».
Alla fi ne, mentre ci accompagna tra le botti, i numerosi riconoscimenti (ultimo quello dei “100 grandi vini” tributato
a Firenze dall’Associazione Italiana Sommelier) e i quadri, mentre ci mostra oggetti che sembrano aver assorbito
decenni di vendemmie, è impossibile non pensare di essere saliti anche noi su una sorta di TARDIS (la “macchina
del tempo” nella citata trasmissione della BBC) enologica: niente cabine blu, ma legno antico, odore di mosto
e il sorriso gentile di un uomo che,come il celebre Doctor Who, viaggia attraverso il tempo. il suo, quello del
Vulture, quello del vino. Un tempo che profuma di fermentazioni, di cenere vulcanica, di attese lunghe dieci anni.
Un tempo che forse solo l’Aglianico del Vulture, e chi lo custodisce da un secolo,può insegnare.

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