Alle nostre spalle campeggia un quadro (nella foto sopra) che è stato esposto nella Rocca Paolina a Perugia, nel mese di ottobre. Rappresenta la potenza dell’amore che riesce a sottomettere la potenza della “tigre”. «Ho voluto raccontare -ci spiega l’autore- ciò che la nostra società ha spesso dimenticato, con tutti i fatti di violenza che ci sono, ovvero che l’amore è l’unica cosa che può cambiare il mondo. L’ho donato a un grandissimo poeta lucano».

Il sessantenne Alberto Barra, nativo di Potenza, ma residente a Satriano di Lucania, è un avvocato che a un certo punto si è completamente abbandonato al suo “sangue”, che oltre a recare il “gruppo” di Montereale (come ci dirà), ha anche l’RH positivo della pittura e della poesia. Con lui, che è molto richiesto tanto per la cultura “alta” (mostre, convegni etc.), -si notino le iperboli- tanto per quella “bassa” (copertine di cd etc.), abbiamo fatto il primo tentativo di un’intervista “pittorica”.

«A sette anni -ci racconta- già scrivevo versi e a dieci già dipingevo, anche se mio padre non voleva che diventassi un’artista. Ma io ho continuato, perché è qualcosa di intimo: mia nonna aveva messo dentro di me il seme dell’arte sopra ogni cosa. Ho vissuto tanti anni in Lombardia e lì ho fatto l’artista in compagnia di un fior fiore di personaggi, ma credo sia valsa la pena tornare in Basilicata; a me non interessa essere “noto”, quanto raccontare delle cose, e questo si po’ fare ovunque. E’ vero, qui non si può ancora vivere di arte, e proprio perché i miei quadri sono stati stimati con valori alti, preferisco regalarli all’operaio o al bancario che non se li può permettere. Ma non è vero, però, che i rapporti fra gli artisti lucani sono sempre improntati all’individualismo: il poeta Carmine Donnola, ad esempio, ha scritto dei versi “su” un mio quadro. Per crescere, è importante frequentarsi. Ho illustrato “Tutta la Commedia”, cercando di enfatizzare la vita di Dante e di renderla accessibile a tutti. Ho fatto copertine di libri, ma anche di cd, come quello dei Renanera, miei cugini, che me l’avevano chiesta con “urgenza”: ho afferrato al volo il pennello ed è stato uno splendore di cosa».

di Walter De Stradis

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