Giuliano Brancati, film-maker potentino, aveva solo tredici anni quando Elisa Claps scomparve (barbaramente uccisa), e ne aveva trenta quando iniziò a mettere mano al docufilm di cui è regista e che oggi torna in distribuzione in una versione riveduta: “Cruciverbaschemalibero – Elisa Claps segreto di Stato”. Ma la sua acuta sensibilità aveva iniziato a lavorarci da molti anni prima, da dietro la finestra di casa sua, a Montereale.

«Dal 17 ottobre alle 21 sul sito elisaclapssegretodistato.it si potrà accedere, registrandosi, alla visione del docufilm (più alcuni extra non rientrati nel montaggio finale). E’ un progetto Hara produzioni, distribuito da Sofra Multimedia con le musiche originali di un artista lucano, Enrico Condelli. Faremo anche delle proiezioni in qualche sala, e stiamo attendendo risposte da parte di qualche casa di distribuzione, valutando anche l’eventualità di una sottotitolazione in inglese. Ci sono inoltre la pagina Facebook ed Instagram per poter seguire lo sviluppo della comunicazione del progetto, di cui il docufilm è un primo step.»

d: E’ giusto dire che il suo docufilm sul caso Claps, uscito già alcuni or sono (nel 2016), oggi torna in una versione “riveduta e corretta”?

r: In un certo senso sì. Però preferirei parlare di “Elisa Claps”, più che del “caso Claps”. Per troppo tempo, a torto o a ragione, è statosolo un “caso”. In realtà io ho cominciato ad occuparmi, anzi, ad affezionarmi a questa vicenda, perché conoscevo bene la famiglia e, di vista, Elisa. Abitavo a ridosso del tabaccaio di famiglia, ove lavorava Antonio, il padre.

d: Il suo documentario, che è un’indagine di taglio giornalistico, si propone di essere comunque diverso da ciò che si era visto fino a quel momento. A lei interessa insomma la dimensione sociale, i cambiamenti che “Elisa Claps” (visto che non vuole parlare di “caso”) ha indotto nella comunità potentina.

r: Sì, e non solo quella potentina, credo. Io ho raccolto una serie d’interviste fatte dal 2010 al 2012. L’ultima fu quella con Gildo Claps (la benedizione sua e della famiglia è stata fondamentale per la realizzazione del documentario). Uscimmo col film una prima volta nel 2016; era in un cinema di Potenza e la sala era piena. La cosa mi fece piacere perché era una reazione emotiva, molto forte. Proprio quel clamore, che ci fu i primi anni dopo il ritrovamento delle spoglie di Elisa, mi diede la carica per fare qualcosa di diverso. Io ero infatti disturbato dalla bulimia mediatica, e come me tante altre persone, anche se mi rendo conto che era necessaria una sovraesposizione sulla vicenda, perché per troppo tempo molte cose si erano taciute. Tuttavia, vedevo questo affollarsi di cameramen che inseguivano Gildo, e alcuni cercavano anche di intervistare il padre Antonio, senza che fossero nemmeno giornalisti. Mi ricordo di un articolo di un quotidiano locale. che parlava di bambini di quinta elementare che in classe tagliavano le ciocche di capelli. La memoria e le coscienza di molte persone erano, insomma, usurate. E io allora ho cercato di fare proprio questo, riprendere con la telecamera l’emotività della città, anche se nel documentario ci sono comunque interviste necessarie e strutturali alla definizione del caso, per chi magari non è di Potenza.

d: Quindi lei è andato in giro a intervistare soprattutto gente comune…

r: Sì, ma ci sono anche delle interviste “cardine”: il preside del liceo che frequentava Elisa, l’allora referente provinciale di Libera, Rosario Gigliotti, Paride Leporace, all’epoca direttore de Il Quotidiano, ed altri “attori”. Io li chiamo così e ciò spiega anche il perché del termine “docu-FILM”: la vicenda sembrava scritta da una regia, piena di colpi di scena.

d: E’ c’è stata, una “regia”, secondo lei?

r: Mmm, diciamo che la “regia” è relativa anche a come si guarda il film. In un primo momento c’è stata una “regia”, la cui sceneggiatura era la disattenzione; poi la successiva “regia” può essere stata l’interesse a coprire; ma è lo spettatore che deve dare delle rispose.

d: Quindi in questo lavoro lei non sposa una linea “teorica” rispetto a un’altra. Chi guarda deve darsi più risposte o porsi più domande?

r: Ha centrato il punto. Il docufilm lo feci vedere all’ex direttore della cineteca di Bologna, che mi disse: «Guarda, come opera prima, è fatta bene, tuttavia ti limiti a gettare un sasso nello stagno, senza seguire alcuna linea concentrica». E io gli risposi che quello era proprio l’andamento della vicenda: tanti sassi nello stagno, tante caselle bianche, alle quali non si è potuto dare una risposta. Io ho le mie, di risposte -e posso dare anche qualche suggestione- ma è lo spettatore a dover riempire il cruciverba. Ci sono delle verità giudiziarie e ci sono delle verità storiche. Se ci sono state delle coperture su Danilo Restivo (e io personalmente credo, in virtù di alcuni dettagli, che ci siano state) nessuno lo può dire. Pertanto è un cruciverba che rimane a schema libero.

d: In quegli anni, subito dopo il ritrovamento nel Sottotetto, lei ha tastato il polso della città: che immagine ne viene fuori? Come sa, alcuni dei vari “attori” hanno spesso parlato di “città omertosa”.

r: In quei mesi, e per almeno un paio d’anni, Potenza era una bomba a orologeria di emotività. C’era quella dei giovani, che mi ha trainato, la manifestazione che ci fu tre giorni dopo il ritrovamento delle spoglie di Elisa; si parlava di più di diecimila persone e io mi commuovevo con la telecamera, avevo pudore a non riprendere i familiari. Stavo tra la folla, mi prendeva da dentro e cercavo però di essere a margine, perché volevo vedere quell’emotività. E i giovani mi hanno trascinato, perché…se questa storia non la vediamo alla luce del risveglio della coscienza collettiva e civile, non ha una vero significato. Le persone omertose ci sono, come in ogni città, ma io a Potenza ho visto delle persone libere, vere, anche quando chiedevano di togliere quei fiori davanti alla chiesa della Trinità. Io spesso ero lì nei pressi ed ero felice se il “curatore fallimentare” del “giardino di Elisa”, ovvero quel signore che si occupava delle piantine, le innaffiava. Ciò faceva sì che i giornalisti, anche da fuori, venissero e riprendessero, senza che l’attenzione calasse. Il fiore, il seme, la coscienza civile, è fondamentale in questa storia. Anzi, posso raccontarle un aneddoto?

d: Certo.

r: E’ un “aneddoto”, che però proviene dalla scientifica, e che si sposa con ciò che sentivo. Come dicevo, Elisa e il risveglio della società civile per me erano un seme di verità. Lo stesso Don Cozzi dal palco della manifestazione (il 20 marzo) aveva detto “Primavera vuol dire verità e giustizia”. Nel sottotetto della Trinità fu trovato un reperto interessante, me lo ricordava il giornalista Fabio Amendolara qualche giorno fa. Si tratta di semi di “acero” che hanno una specie di “codina” che permette loro di volare, una foglia dunque. Questi reperti, la cui analisi fu affidata a un botanico, si trovavano in grembo ad Elisa. Il che lascia ritenere che il primo vero ritrovamento del corpo sia avvenuto nel 2008, in quanto quei reperti (risalenti al 2008, appunto) sarebbero passati tramite quella fessura praticata da qualcuno nel sottotetto per far defluire i miasmi della decomposizione. Quei semi della natura, nel mio immaginario, sono i semi della verità di questa vicenda.

d: Torniamo alle origini, ovvero al giorno in cui le venne l’idea del docufilm.

r: Sì. Ricordo le passeggiate di Antonio Claps sotto il mio balcone: dal giorno dopo la scomparsa della figlia, cominciò a camminare, avanti e indietro, dalla sua tabaccheria al mio palazzo (erano quindici metri), per tutto il giorno, fumando. Una scena che mi faceva soffrire molto, perché pensavo: «quest’uomo “cerca” la figlia in pochi metri quadrati». E per tanti anni l’avrà “cercata” anche nella Settimana Enigmistica, anche da qui il titolo del docufilm, che è dedicato a lui, in particolare. E’ infatti un “personaggio” che mi è rimasto nel cuore, col suo silenzio. Per anni sono entrato in quella tabaccheria (per i quaderni da piccolo, e le sigarette da più grande), e lui faceva sempre un cruciverba. Alzava lo sguardo, ti serviva, e poi ci tornava su. E questo per me era una schiaffo, il non dare risposte a quel silenzio. Pensi che una volta mio padre gli chiese, in mia presenza, se ci fossero novità sulla sparizione di Elisa, e lui lo guardò dritto negli occhi e rispose: «Avvocato Brancati, se vogliamo andare d’accordo, non mi chieda mai più di mia figlia». Io provai vergogna.

d: Il dolore era troppo forte.

r: Sì, il dolore era forte, ma lui, col suo silenzio, probabilmente voleva gridare la rabbia e l’indignazione.

d: Lei ha postato anche una foto molto bella sui social: ritrae il signor Antonio, di spalle, sul ponte di Montereale, nell’ultimo giorno di apertura del suo negozio.

r: Sì. Quel giorno, sapendo che era stato il suo ultimo come tabaccaio, accelerai il passo, perché volevo salutarlo lì, nel tabacchino, ma lo trovai già sul ponte. E mi permisi di scattare quella foto, perché per me raccontava, in maniera delicata e non invasiva, il silenzio che lui portava con sé.

d: In questo “cruciverba a schema libero”, quali sono le “caselle nere” sulle quali non si può e non si potrà mai scrivere nulla?

r: E’ una domanda che mi viene voglia di rigirarla, io, agli “attori”, visibili e invisibili, di questa storia. Le caselle nere in un cruciverba sono i confini entro cui potersi muovere, ma sono le caselle bianche a dover essere scritte. Quelle caselle bianche possono essere dunque riempite. Magari non apparterranno a una verità giudiziaria, ma a un altro tipo. Io rimango in ascolto, e resto curioso di ciò che accadrà a livello emotivo, dopo la fiction Rai che uscirà a breve e dopo il podcast di Sky TG24. Quest’ultimo, attraverso il lavoro di Pablo Trincia, mi ha “rispolverato” quella coscienza che avevo dieci anni fa. Ha ridato voce a questa storia, non facendo vedere, ma facendo immaginare, che forse è anche più importante.

DI WALTER DE STRADIS

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