L’appuntamento è all’ingresso del tribunale di Potenza, ove lavora come centralinista. Siamo fuori al portone e gli telefoniamo: “Esco”, dice lui. Pochi istanti dopo, distratti un attimo dal cellulare, ci vediamo sorpassare da un agile giovane che cammina veloce e sicuro con un lungo bastone bianco. Trentacinque anni, il potentino Maro Rafaniello è un inno alla gioia al solo vederlo. Non è un caso che la sua storia, quella di un ragazzo ipovedente che a un certo punto perde completamente la vista, raccontata nel libro “Vedo il mondo con le mani” (realizzato insieme alla giornalista Eva Bonitatibus), abbia avuto molto successo.

Impegnatissimo nel sociale (e non solo), Marco è vicepresidente di Uici (Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti), sezione di Potenza.

d – Qual è stato il percorso che l’ha portata in associazione e quali le attività principali?

r – Sono un giovane potentino, da sempre dinamico e attivo in città. Anche da ipovedente (sono diventato non vedente totale in un secondo momento), mi sono dato molto da fare nel volontariato, a partire dall’oratorio nel mio quartiere, rione Cocuzzo. Dopo essere a lungo stato socio, da luglio 2020 sono vice presidente della sezione potentina dell’UICI. E’ una bellissima realtà. Ci occupiamo di ogni aspetto (burocratico, assistenziale, ludico) in favore dei soci, tutti affetti da disabilità visiva. Creiamo inoltre progetti in partenariato con altre associazioni: lettura, sensibilizzazione, percorsi al buio, cene al buio (sperimentando gusti e odori insieme a persone che non si conoscono), con camerieri ciechi e ipovedenti.

d – Parliamo degli aspetti sanitari, in Basilicata ci sono eccellenti strutture per quanto riguarda l’oculistica.

r – Io l’ho sperimentata ben poco, anche perché il mio oculista, molto umilmente. a suo tempo mi consigliò di rivolgermi fuori regione, perché qui la situazione non era buona. Quand’ero piccolo, dunque, ci rivolgemmo a centri specializzati di fuori, ove alla fin fine mi è stato creato, tra virgolette, un danno. Oggi, anche in virtù delle testimonianze da me raccolte, posso dire che l’oculistica lucana è molto buona, e mi riferisco sia al centro di Venosa sia a quello di Potenza (anche se è chiaro che, rispetto ad altre regioni, per forza di cose, il numero degli interventi chirurgici magari è minore).

d – E la Città in sé per sé? Sa, si parla e si legge spesso di strade, buche e marciapiedi pericolosi per chiunque…

r -…certo, per le persone anziane, per quelle con bambini. Guardi -non per giustificarmi, ma per rimarcare ciò che sto per dire- premetto che io Potenza la amo. Però, a livello di accessibilità, non ci siamo.

d – Si riferisce ai non vedenti?

r – No, parlo in generale. Di recente ho camminato con un’amica con passeggino al seguito, e lei ha riscontrato difficoltà, in molte parti di Potenza. Io vivo la città in toto, movida compresa, ma sono sempre accompagnato; in alcune zone riesco a muovermi anche da solo (avendo avuto la vista fino a un certo punto della mia vita, alcuni tratti me li ricordo), però in generale debbo dire che la città non è accessibile. In molte zone i marciapiedi mancano o sono rotti. Un passo avanti è stato fatto, da parte dell’Amministrazione (che ha ascoltato le nostre richieste) con l’acquisto dei pullman dotati di sintesi vocale (cioè con avvisi su zone e fermate). Alcuni soci mi riferiscono che non sempre vengono attivati, ma io li ho presi pochissime volte e funzionavano,

d – Accennava al fatto che si è confrontato con il Comune, su certe problematiche.

r – Sì, da diversi anni, specie con l’ultima Amministrazione. Devo essere sincero: le nostre richieste quasi sempre sono state accolte. A volte no. Ma è chiaro che bisogna anche mettersi nei panni di chi amministra. Le richieste sono tante e non sempre i fondi ci sono e non sempre si può pretendere.

d – Per un ipovedente o un non vedente quali sono le problematiche di questa città che in primis andrebbero risolte?

r – Beh, c’è la viabilità…se uno vuole muoversi da solo, non tutti i parchi sono accessibili. Un po’ di anni fa, nell’ambito di una “camminata al buio” al Parco Mondo, bendammo tutti gli amministratori, dando loro anche il bastone bianco col quale ci muoviamo, onde poter sperimentare le difficoltà che incontriamo noi. In generale, sul luogo in sé si può anche intervenire, ma il problema vero è: come ci arrivo io? Ci sono le strisce pedonali? E i sensori? Io faccio fitness ogni mattina e percorro -accompagnato- dieci chilometri, sperimentando tutta la città e relativi problemi. In molte zone non si può camminare da soli, mancando i semafori sonori per poter essere autonomi, come invece accade a Bologna, ove infatti ho sperimentato una vera accessibilità.

d – Ecco, cosa si potrebbe “copiare” da queste città?

r – Innanzitutto la buona educazione del cittadino. Ci si lamenta sempre dell’Amministrazione, ma bisognerebbe interrogarsi sul proprio comportamento, quando si parcheggia sui posti per disabili, sui marciapiedi, o non si dà adeguata attenzione all’altro. Molti sono attenti, alcuni mi chiedono se ho bisogno di una mano, quando mi vedono per strada; ecco, partiamo da qui, iniziamo a cambiare la forma mentis. Come dicevo, gestire una città non è semplice e le risorse economiche non sempre ci sono.

d – Anche a seguito dell’uscita del suo libro, di cui s’è parlato molto, lei ha fatto e fa tutt’oggi molti incontri nelle scuole. Per esperienza so che i bambini fanno domande “senza filtri”.

r – Dipende dall’età. I bambini delle scuole elementari possono rimanere sorpresi dal “diverso”, ovvero dal ragazzo col bastone bianco o con la “bacchetta magica”, e in quei casi racconto la mia esperienza tramite un breve cartone animato, in cui si evidenzia la diversità come valore aggiunto. Coi ragazzi di medie e superiori, che sono in una fase di crescita, il discorso si sposta sulla mia esperienza di studente. Con gli adulti, poi, è bellissimo, perché lì devi aiutare a scardinare tanti limiti: facendo esperienze sensoriali, da bendanti, sperimentano la perdita di controllo. Si tratta di toccare ciascuno le proprio corde ed è bello, perché negli adulti si smuovono proprio gli animi.

d – Cos’è che oggi la fa incazzare più di tutto?

r – Sempre la maleducazione, mi manda in bestia. Stare poco-poco più attenti all’altro, e cambiare il modo di comunicare, può davvero fare qualcosa. Così è tutto risolvibile.

d – Siamo a pochi mesi dalle elezioni: la politica l’ha mai cercata?

r – Mmm… no. Mi piacerebbe lavorarci, dare cioè un contributo gratuito, da volontario, come faccio oggi nel sociale, ma non nascondiamoci: quello è un ambiente in cui, per sua natura (anche per la presenza di tante idee diverse), bisogna scendere a compromessi, e a me non piace. La situazione in città oggi è molto difficile, e pur avendo del potenziale, non so se potrei essere all’altezza. Bisognerebbe trovare una squadra giusta.

d – Rispetto a quali problemi si può dire che la politica lucana è ipovedente o non vedente del tutto?

r – Prima parlavamo di viabilità e di accessibilità… e poi viviamo in un contesto che costringe i ragazzi ad andare via, per poter assistere a un banale concerto, o per trovare lavoro. Un po’ è anche la posizione del territorio, le strade, i mezzi… Qualcosa si sta facendo, specie con i tanti giovani volenterosi: se uno VIVE la Città, come faccio io, si rende conto che il fermento c’è. Il problema di fondo è sempre l’assenza di risorse (ma c’è anche chi va via per presa di posizione). A me basta quello che ho, faccio tutte le attività possibili, dal canto allo sport.

d – La sua città, mi diceva a microfoni spenti, non la cambierebbe per nulla al mondo.

r – Qui ho la mia famiglia, ho la fortuna di avere un lavoro (grazie anche alla mia disabilità, altrimenti sarebbe stato un problema anche per me), ho qui tutte le attività creative che mi interessano (fare un libro, organizzare incontri di lettura, teatro, sport, associazionismo, serate di salsa e bachata)… e poi, qui, rispetto alle altre città, la movida che c’è te la puoi godere davvero: parlo di spazi, di economia e di sicurezza. Qui a Potenza ho la mia dimensione e ho TUTTO.

di Walter De Stradis 

 

 

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