Il potentino Massimiliano Monaco, quarantacinque anni, testa rasata e barba nera e lunga, è stato per ben due volte campione del mondo di kick boxing cinese, e fino al 2022 (anno in cui si è ritirato) è risultato primo nel ranking nazionale delle cinture nere di ju jtsu brasiliano.

Dal 1999, qui a Potenza, è inoltre il direttore tecnico dell’Accademia delle Arti marziali e dello Sport, e come allenatore di MMA (“mixed martial arts”, ovvero “arti marziali miste”) vanta allievi –sia di kick boxing sia di ju jitsu- che militano nella nazionale italiana.

«A livello mondiale si può dire che la MMA sia uno sport, ma anche uno spettacolo, molto seguito (soprattutto negli USA), con un business importante, che confluisce anche in altri media come i videogiochi. E pensare che la arti marziali sono sempre state vittima di due etichette: sport minori e sport violenti»,

d – Nel suo curriculum leggo titoli impressionanti ottenuti nell’ambito di kick boxing “cinese” e di ju jitsu “brasiliano”. Lei è di Potenza e viene naturale chiederle: ma dove diavolo ha imparato queste discipline?

r – (Ride) La passione ti porta ovunque. Ma dobbiamo dire che la Basilicata, anche se magari è poco noto, è sempre stata una piazza molto sensibile alle arti marziali e agli sport da combattimento. Io stesso vengo dalla scuola di Gianni Befà, il primo campione del mondo, che aveva una storia tutta particolare, quella di un autostoppista innamorato di karate-full contact…

d – La disciplina di Van Damme…

r – …praticamente. A lui si deve la diffusione mediatica e cinematografica di questo sport, così come a Bruce Lee si deve quella del kung fu. Tornando alla nostra città, qui ho avuto come maestro quello che poi è stato il primo direttore tecnico della nazionale di kung fu, Xuhao (e questo grazie a un’associazione il cui maestro era Enzo Stella Brienza) e poi nel 1998 andai addirittura in Cina. Insomma, è stato tutto un susseguirsi di studi e di viaggi, ed è il motivo per cui praticare queste discipline, soprattutto per i ragazzi di oggi, diventa un motore di crescita culturale. In Accademia curiamo tutto il settore, a partire dall’avviamento motorio, la pratica pre-sportiva; abbiamo quindi il settore giovanile, quello amatoriale e quello agonistico, fino ai professionisti. La mia soddisfazione maggiore oggi è proprio quello di aver creato un entourage che promuove le cultura sportiva e le arti marziali a 360 gradi.

d – Lei parlava di due “miti” da sfatare: sport “minore” e sport “violento”. Per quanto riguarda il primo, mi pare già di aver capito che in realtà qui a Potenza c’è da tempo una bella situazione.

r – Se parliamo, più in generale, di “arti marziali” (volendo intendere tutte le varie discipline), beh, abbiamo anche tantissimi praticanti di difesa personale, karate, judo. Pensi che allo scopo esistono non una, ma ben due federazioni riconosciute dal Coni, la Fijlkam e la FederKombat, che gestiscono l’intero movimento.

d – Veniamo all’altra nomea, quella di sport violento. Perché un giovane dovrebbe praticare le MMA?

r – I motivi possono essere i più svariati. Per alcuni è semplicemente un più proficuo impiego del tempo libero, piuttosto che passare ore sui social (specie in una città come Potenza), dedicandosi a un’attività sportiva individuale, che necessita però della squadra: un percorso mai noioso, col quale si impara man mano ad affrontare anche i propri fallimenti, senza essere per forza in competizione con gli altri. In ogni caso, possiamo dire che si tratta sempre di un percorso personale.

d – Quali sono i vantaggi fisici?

r – Possiamo dire che le arti marziali sono tra le più “complete” per lo sviluppo psico-fisico. Si richiede molta capacità di concentrazione: trattandosi di uno sport “situazionale”, non viene premiato solo il gesto atletico, ma conta molto la capacità di saper “leggere” cosa sta succedendo nel combattimento. Dal punto di vista fisico, vengono esaltate capacità elastiche, motorie, coordinative.

d – Alcuni “divi” internazionali delle arti marziali cosiddette “in gabbia”, palesano tuttavia un’immagine piuttosto aggressiva.

r – Un po’ sì, tenendo comunque conto che parliamo di scontro fisico. Tuttavia, il “trash talking” e altri aspetti sono riferibili a quei pochi che fanno “spettacolo”, una piccola nicchia di un grandissimo spettacolo che necessita anche di questi aspetti “folkloristici”. Una minoranza, un’eccezione, che stona un po’ col nostro codice etico.

d – Cosa le chiedono le mamme, quando portano i loro figli in palestra?

r – Le esigenze sono diverse. Da noi approda il bambino timido che, attraverso lo studio delle arti marziali e degli sport da combattimento, sviluppa maggiore fiducia in se stesso; così come il bambino vittima di bullismo, e allo stesso tempo, anche il bullo. La nostra è infatti una figura di trainer, di allenamento, che si avvalora del lato pedagogico e affianca il processo educativo.

d – Questo è molto interessante. Il bambino bullizzato acquisisce maggiore fiducia in se stesso, mentre il bambino-bullo cosa impara?

r – Ovviamente si tratta di un fenomeno complesso, che andrebbe analizzato e compreso a 360 gradi, in quanto bisognerebbe più che altro educare a non essere bulli, e non tanto a difendersi. Questo è il grosso dello sforzo. Il bambino che subisce atti di bullismo, praticando questi sport, impara a non essere vittima di tutta quella situazione emozionale che il bullismo porta con sé. Spesso la vittima matura una non-fiducia verso se stessa, a seguito della non capacità di reagire: ma già attraverso dei giochi, mettendosi a confronto, la sua emotività, la sua percezione di se stesso, cresce.

d – La sua autostima.

r – Sì, ma non ha nulla a che vedere col sapersi difendere o meno. Tenga presente che tutto ciò che esula dall’attività sportiva, lo scontro, per noi è una sconfitta.

d – Cioè, uno vostro allievo che esce dalla palestra e alza le mani, per voi allenatori è una sconfitta.

r – Esatto, ma lo sono anche gli scontri verbali.

d – E il bambino-bullo in che modo viene aiutato?

r – Anche lì, bisogna capire cosa li spinge. Spesso sono dinamiche di gruppo, o situazioni emozionali (la loro non-capacità di gestire situazioni ed emozioni). Attraverso quindi delle regole, un processo ludico-educativo (che dura negli anni), accade che in una nostra classe in cui ci sono dieci vittime e due bulli, alla fine si diventi tutti amici. Il ragazzo, se responsabilizzato, alla fine abbandona certi atteggiamenti, relegandoli alla stregua di episodi non ripetuti.

d – E secondo lei la politica locale ha compreso il valore delle cose che stiamo dicendo?

r – Recentemente sono stati organizzati qui in Basilicata eventi importanti (i campionati interregionali ed alcuni galà) e devo dire che le istituzioni ci sono state sempre vicine (ovviamente, con tutte le problematiche strutturali che sono ben note, e che sono di difficile risoluzione da parte del singolo). L’ultimo assessorato regionale ha fatto addirittura aumentare i finanziamenti per lo sport, che per una regione, e per un capoluogo come il nostro, può davvero significare ricchezza e sviluppo (se pensiamo a tutto l’indotto, come il “turismo sportivo”, che eventi importanti e seguiti possono creare).

d – Quindi alla politica non chiederebbe nulla? Va bene così?

r – No, chiederei comunque di stanziare più fondi e di valutare, come dicevamo, che tipo di “indotto” (dal punto di vista economico) può creare lo sport sul territorio. C’è poi l’aspetto culturale: alcuni nostri atleti hanno preso per la prima volta un aereo, per la prima volta sono andati un altro Paese, così come sportivi di fuori hanno visto Potenza o Matera per la prima volta.

d – Se potesse prendere il sindaco Guarente sottobraccio cosa gli direbbe?

r – Guarente -forse è stato il primo atto che ha firmato!- mi ha insignito di una benemerenza sportiva. E’ stato sempre presente a tutte le attività. Pertanto lo ringrazierei, chiedendogli di continuare –come sta facendo- a non sottovalutare lo sport.

d – La canzone che la rappresenta?

r – “Una vita spericolata”, di Vasco Rossi.

d – Il libro?

r – “Follia” di Patrick McGrath.

d – Il film?

r – “L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente”.

d – Fra cent’anni scoprono una targa a suo nome nella sua Accademia: cosa le piacerebbe ci fosse scritto?

r – (Ride) Nulla.

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